La guerra con Israele
Mille dollari per passare il confine. La strategia siriana
Dopo le riuscite incursioni di massa dal Libano e dalla Siria contro la frontiera israeliana di tre settimane fa, due giorni fa la Siria ci ha riprovato. Lo stesso governo che da tredici settimane scioglie con estrema violenza le manifestazioni dei cittadini – che chiedono al presidente Bashar el Assad di abbandonare il potere – e non esita a usare i carri armati e i cecchini contro i cortei inscena “manifestazioni spontanee” ai valichi sulle alture del Golan.

Damasco vuole creare l’illusione di una primavera araba che si mescola con l’eterno risentimento palestinese per bussare con energia tutta nuova ai confini di Israele. Ma domenica, a dispetto della buona paga promessa, 1.000 dollari per chi fosse riuscito ad attraversare il confine e 10 mila dollari alla famiglia di chi nel tentativo fosse rimasto ucciso, il numero dei volontari ha deluso le segrete aspettative del regime: non migliaia, ma soltanto alcune centinaia, prontamente imbarcati su torpedoni e fatti passare oltre arcigni checkpoint militari che di norma bloccano chiunque altro.
Ci ha pensato la tv di stato di Damasco a gonfiare l’effetto finale, parlando di almeno 20 morti e di 200 feriti. Ma che l’attacco si sarebbe verificato era noto da tempo, e i militari israeliani sul confine, rafforzati da numerose unità di riserva, erano stati istruiti su come limitare al massimo il numero delle vittime. “I numeri dei morti dati dai siriani non sono per nulla verificabili, perché sono caduti tutti dalla loro parte”, dice l’esercito di Israele. “I nostri soldati hanno sparato soltanto alle gambe. Alcuni manifestanti sono morti quando le bombe molotov che stavano lanciando hanno fatto scoppiare una delle mine anticarro interrate lungo il confine”. Secondo alcune fonti, otto morti sarebbero saltati sulle mine piazzate dai siriani sul confine.
Un’imboscata contro le forze del regime. Il governo siriano cerca di rinfocolare, anzi, di creare dal nulla proteste palestinesi sul Golan per spegnere le proteste, quelle sì reali, che infuriano in tutto il paese grazie al coraggio di migliaia di manifestanti che sfidano la repressione armata dei militari, cartelli contro cecchini, slogan contro blindati. La violenza sta risalendo dalle regioni del sud fino al nord, considerato più tranquillo. Ieri la tv di stato ha detto che 120 “martiri” delle forze di sicurezza sono rimasti uccisi a Jisr al Shughour, nel nord-ovest della Siria, in un’imboscata. Qui, secondo alcune fonti di intelligence, i manifestanti avrebbero preso il controllo di molte parti della città: se fosse confermato, sarebbe il primo successo delle forze antiregime dall’inizio delle proteste. Se si creasse una situazione di tensione insostenibile con il nemico israeliano, è il calcolo del regime, il paese potrebbe trovare nuova compattezza. La prospettiva di una guerra può svuotare di energie la rivolta interna.
Ieri in Iraq sono morti cinque soldati americani durante un attacco con razzi contro la loro base alla periferia di Baghdad. In realtà da qualche tempo il bollettino delle perdite della “guerra finita” è cominciato di nuovo a salire. Ad aprile i caduti sono stati undici. I colpi di mortaio, le bombe e i razzi contro le postazioni americane non si sono mai interrotti, ma adesso la situazione si sta deteriorando, per colpa del ritorno in azione delle milizie sciite. I loro antagonisti, i terroristi sunniti, colpiscono ancora, ma hanno perlopiù come obiettivi la polizia e l’esercito iracheno, nel nord e nell’ovest del paese. Per le milizie sciite, invece, colpire gli americani è una dichiarazione politica. Non vi vogliamo più, non sognatevi di restare oltre il limite del Sofa, l’accordo tra Baghdad e Washington che autorizza la presenza temporanea fino all’anno prossimo di truppe straniere in Iraq. Moqtada al Sadr, capo dello schieramento che vuole espellere fin da subito i soldati, ha trasformato questa cacciata nella propria missione politica e personale. Le milizie, sul campo, tentano di dare buoni argomenti al ritiro. L’Amministrazione Obama è tentata di restare. Il segretario alla Difesa uscente, Bob Gates, l’ha detto con chiarezza: “Dovremmo rimanere, se non altro per contenere l’Iran”, e altri hanno ventilato l’ipotesi di un allungamento dei termini dell’accordo. Ma, naturalmente, Obama non può permettersi il peso di nuovi caduti americani in Iraq.
Un’imboscata contro le forze del regime. Il governo siriano cerca di rinfocolare, anzi, di creare dal nulla proteste palestinesi sul Golan per spegnere le proteste, quelle sì reali, che infuriano in tutto il paese grazie al coraggio di migliaia di manifestanti che sfidano la repressione armata dei militari, cartelli contro cecchini, slogan contro blindati. La violenza sta risalendo dalle regioni del sud fino al nord, considerato più tranquillo. Ieri la tv di stato ha detto che 120 “martiri” delle forze di sicurezza sono rimasti uccisi a Jisr al Shughour, nel nord-ovest della Siria, in un’imboscata. Qui, secondo alcune fonti di intelligence, i manifestanti avrebbero preso il controllo di molte parti della città: se fosse confermato, sarebbe il primo successo delle forze antiregime dall’inizio delle proteste. Se si creasse una situazione di tensione insostenibile con il nemico israeliano, è il calcolo del regime, il paese potrebbe trovare nuova compattezza. La prospettiva di una guerra può svuotare di energie la rivolta interna.
Ieri in Iraq sono morti cinque soldati americani durante un attacco con razzi contro la loro base alla periferia di Baghdad. In realtà da qualche tempo il bollettino delle perdite della “guerra finita” è cominciato di nuovo a salire. Ad aprile i caduti sono stati undici. I colpi di mortaio, le bombe e i razzi contro le postazioni americane non si sono mai interrotti, ma adesso la situazione si sta deteriorando, per colpa del ritorno in azione delle milizie sciite. I loro antagonisti, i terroristi sunniti, colpiscono ancora, ma hanno perlopiù come obiettivi la polizia e l’esercito iracheno, nel nord e nell’ovest del paese. Per le milizie sciite, invece, colpire gli americani è una dichiarazione politica. Non vi vogliamo più, non sognatevi di restare oltre il limite del Sofa, l’accordo tra Baghdad e Washington che autorizza la presenza temporanea fino all’anno prossimo di truppe straniere in Iraq. Moqtada al Sadr, capo dello schieramento che vuole espellere fin da subito i soldati, ha trasformato questa cacciata nella propria missione politica e personale. Le milizie, sul campo, tentano di dare buoni argomenti al ritiro. L’Amministrazione Obama è tentata di restare. Il segretario alla Difesa uscente, Bob Gates, l’ha detto con chiarezza: “Dovremmo rimanere, se non altro per contenere l’Iran”, e altri hanno ventilato l’ipotesi di un allungamento dei termini dell’accordo. Ma, naturalmente, Obama non può permettersi il peso di nuovi caduti americani in Iraq.